Giovanni
Verga
Cos’è il Re
Compare Cosimo il lettighiere aveva
governato le sue mule, allungate un po' le cavezze per la notte, steso un po'
di strame sotto i piedi della baia, la quale era sdrucciolata due volte sui
ciottoli umidi delle viottole di Grammichele, dal
gran piovere che aveva fatto, e poi era andato a mettersi sulla porta dello
stallatico, colle mani in tasca, a sbadigliare in faccia alla gente che era
venuta per vedere il Re, e c'era tal via vai quella volta per le strade di Caltagirone che pareva la festa di San Giacomo; però
stava coll'orecchio teso, e non perdeva d'occhio le
sue bestie, le quali si rosicavano l'orzo adagio adagio, perché non glielo rubassero.
Giusto in quel momento vennero a dirgli che il Re voleva
parlargli. Veramente non era il Re che voleva parlargli, perché il Re non
parla con nessuno, ma uno di coloro per bocca dei quali parla il Re, quando
ha da dire qualche cosa; e gli disse che Sua Maestà desiderava la sua
lettiga, l'indomani all'alba, per andare a Catania, e non voleva restare
obbligato né al vescovo, né al sottointendente, ma preferiva pagar di sua
tasca, come uno qualunque.
Compare Cosimo avrebbe dovuto esserne contento, perché il suo
mestiere era di fare il lettighiere, e proprio allora stava aspettando che
venisse qualcuno a noleggiare la sua lettiga, e il Re non è di quelli che
stanno a lesinare per un tarì dippiù
o di meno, come tanti altri. Ma avrebbe preferito tornarsene a Grammichele colla lettiga vuota, tanto gli faceva specie
di dovervi portare il Re nella lettiga, che la festa gli si cambiò tutta in
veleno soltanto a pensarci, e non si godette più la luminaria, né la banda
che suonava in piazza, né il carro trionfale che girava per le vie, col
ritratto del Re e della Regina, né la chiesa di San Giacomo tutta illuminata,
che sputava fiamme, e ove c'era il Santissimo esposto, e si suonavano le
campane pel Re.
Anzi più grande era la festa e più gli cresceva in corpo la paura
di doverci avere il Re proprio nella sua lettiga, e tutti quei razzi, quella
folla, quella luminaria e quello scampanìo se li
sentiva sullo stomaco, e non gli fecero chiudere occhio tutta la notte, che
la passò a visitare i ferri della baia, a strigliar le mule e a rimpinzarle
d'orzo sino alla gola, per metterle in vigore, come se il Re pesasse il
doppio di tutti gli altri. Lo stallatico era pieno di soldati di cavalleria,
con tanto di speroni ai piedi, che non se li levavano neppure per buttarsi a
dormire sulle panchette, e a tutti i chiodi dei pilastri erano appese
sciabole e pistole che il povero zio Cosimo pareva gli dovessero tagliare la
testa con quelle, se per disgrazia una mula avesse a scivolare sui ciottoli
umidi della viottola mentre portava il Re; e giusto
era venuta tanta acqua dal cielo in quei giorni che la gente doveva avere
addosso la rabbia di vedere il Re per mettersi in viaggio sino a Caltagirone con quel tempaccio. Per conto suo, com'è vero
Dio, in quel momento avrebbe preferito trovarsi nella sua casuccia,
dove le mule ci stavano strette nella stalla, ma si sentivano a rosicar
l'orzo dal capezzale del letto, e avrebbe pagato quelle due onze che doveva buscarsi dal Re
per trovarsi nel suo letto, coll'uscio chiuso, e
stare a vedere col naso sotto le coperte, sua moglie affaccendarsi col lume
in mano, a rassettare ogni cosa per la notte.
All'alba lo fece saltar su da quel dormiveglia la tromba dei
soldati che suonava come un gallo che sappia le ore, e metteva in rivoluzione
tutto lo stallatico. I carrettieri rizzavano la testa dal basto messo per
guanciale, i cani abbaiavano, e l'ostessa si affacciava dal fienile tutta
sonnacchiosa, grattandosi la testa. Ancora era buio come a mezzanotte, ma la
gente andava e veniva per le strade quasi fosse la notte di Natale, e i trecconi accanto al fuoco, coi
lampioncini di carta dinanzi, battevano coltellacci sulle panchette per
vendere il torrone. Ah, come doveva godersi la festa tutta quella gente che
comprava il torrone, e si strascinava stanca e sonnacchiosa per le vie ad
aspettare il Re, e come vedeva passare la lettiga colle sonagliere e le nappine di lana, spalancava gli occhi, e invidiava
compare Cosimo, il quale avrebbe visto il Re sul mostaccio, mentre sino
allora nessuno aveva potuto avere quella sorte, da quarantott`ore
che la folla stava nelle strade notte e giorno, coll'acqua
che veniva giù come Dio la mandava. La chiesa di San Giacomo sputava ancora
fuoco e fiamme, in cima alla scalinata che non finiva più, aspettando il Re,
per dargli il buon viaggio, e suonava con tutte le sue campane per dirgli che
era ora di andarsene. Che non li spegnevano mai quei
lumi? e che aveva il braccio di ferro quel
sagrestano per suonare a distesa notte e giorno? Intanto nel piano di San
Giacomo spuntava appena l`alba cenerognola, e la
valle era tutta un mare di nebbia; eppure la folla era fitta come le mosche,
col naso nel cappotto, e appena vide arrivare la lettiga voleva soffocare
compare Cosimo e le sue mule, che credeva ci fosse dentro il Re.
Ma il Re si fece aspettare un bel pezzo; a quell'ora forse si infilava i calzoni, o beveva il suo bicchierino d'acquavite, per risciacquarsi
la gola, che compare Cosimo non ci aveva pensato nemmeno quella mattina,
tanto si sentiva la gola stretta. Un'ora dopo arrivò la cavalleria, colle
sciabole sfoderate, e fece far largo. Dietro la
cavalleria si rovesciò un'altra ondata di gente, e poi la banda, e poi ancora
dei galantuomini, e delle signore col cappellino, e il naso rosso dal freddo;
e accorrevano persino i trecconi, colle panchette
in testa, a piantar bottega per cercar di vendere un altro po' di torrone;
tanto che nella gran piazza non ci sarebbe entrato più uno spillo, e le mule
non avrebbero nemmeno potuto scacciarsi le mosche, se non fosse stata la
cavalleria a far fare largo, e per giunta la cavalleria portava un nugolo di
mosche cavalline, di quelle che fanno imbizzarrire le mule di una lettiga,
talché compare Cosimo si raccomandava a Dio e alle anime del Purgatorio ad
ognuna che ne acchiappava sotto la pancia delle sue
bestie.
Finalmente si udì raddoppiare lo scampanìo,
quasi le campane fossero impazzate, e i mortaletti
che sparavano al Re, e arrivò correndo un'altra fiumana di gente, e si vide
spuntare la carrozza del Re, la quale in mezzo la folla pareva galleggiasse
sulle teste. Allora suonarono le trombe e i tamburi, e ricominciarono a
sparare i mortaletti, che le mule, Dio liberi,
volevano romper i finimenti e ogni cosa sparando calci; i soldati tirarono
fuori le sciabole, giacché le avevano messe nel fodero un'altra volta, e la
folla gridava: - La regina, la regina! È quella
piccolina lì, accanto a suo marito che non par vero! -
Il Re invece era un bel pezzo d'uomo, grande e grosso, coi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia; e si
tirava dietro il vescovo, il sindaco, il sottointendente, e un altro sciame
di galantuomini coi guanti e il fazzoletto da collo bianco, e vestiti di nero
che dovevano averci la tarantola nelle ossa con quel po' di tramontana che
spazzava la nebbia dal piano di San Giacomo. Il Re stavolta, prima di montare
a cavallo, mentre sua moglie entrava nella lettiga, parlava con questo e con
quello come se non fosse stato fatto suo, e accostandosi a compare Cosimo gli
batté anche colla mano sulla spalla, e gli disse tale e quale, col suo
parlare napoletano: - Bada che porti la tua regina! - che compare Cosimo si
sentì rientrare le gambe nel ventre, tanto più che in quel momento si udì un
grido da disperati, la folla ondeggiò come un mare di spighe, e si vide una
giovinetta, vestita ancora da monaca, e pallida pallida, buttarsi ai piedi del Re, e gridare: - Grazia!
- Chiedeva la grazia per suo padre, il quale si era dato le mani attorno per
buttare il Re giù di sella, ed era stato condannato ad aver tagliata la
testa. Il Re disse una parola ad uno che gli era vicino, e bastò perché non
tagliassero la testa al padre della ragazza. Così ella
se ne andò tutta contenta, che dovettero portarla via svenuta dalla
consolazione.
Vuol dire che il Re con una sua parola poteva far tagliare la
testa a chi gli fosse piaciuto, anche a compare Cosimo se una mula della
lettiga metteva un piede in fallo, e gli buttava giù la moglie, così piccina
com'era.
Il povero compare Cosimo aveva tutto ciò davanti agli occhi,
mentre andava accanto alla baia colla mano sulla stanga, e l'abito della
Madonna fra le labbra, che si raccomandava a Dio, come fosse in punto di
morte, mentre tutta la carovana, col Re, la Regina e i soldati, si era messa in viaggio in
mezzo alle grida e allo scampanìo, e allo sparare
dei mortaletti che si udivano ancora dalla pianura;
talché quando furono arrivati giù nella valle, in cima al monte si vedeva
ancora la folla nera brulicare al sole come se ci fosse stata la fiera del
bestiame nel piano di San Giacomo.
A che gli giovava il sole e la bella giornata a compare Cosimo? se ci aveva il cuore più nero del nuvolo, e non si
arrischiava di levare gli occhi dai ciottoli su cui le mule posavano le zampe
come se camminassero sulle uova; né stava a guardare come venissero i
seminati, né a rallegrarsi nel veder pendere i grappoli delle ulive, lungo le
siepi, né pensava al gran bene che avea fatto tutta
quella pioggia della settimana, ché gli batteva il cuore come un martello
soltanto al pensare che il torrente poteva essere ingrossato, e dovevano
passarlo a guado! Non si arrischiava a mettersi a cavalcioni
sulle stanghe, come soleva fare quando non portava
la sua regina, e lasciarsi cadere la testa sul petto a schiacciare un
sonnellino, sotto quel bel sole e colla strada piana che le mule l'avrebbero
fatta ad occhi chiusi; mentre le mule che non avevano giudizio, e non sapevano
quel che portassero, si godevano la strada piana ed asciutta, il sole tiepido
e la campagna verde, scondizolavano e scuotevano
allegramente le sonagliere, che per poco non si mettevano a trottare, e
compare Cosimo si sentiva saltare lo stomaco alla gola dalla paura soltanto
al vedere mettere in brio le sue bestie, senza un pensiero al mondo né della
Regina, né di nulla.
La Regina,
lei, badava a chiacchierare con un'altra signora che le avevano messo in
lettiga per ingannare il tempo, in un linguaggio che nessuno ci capiva una
maledetta; guardava la campagna cogli occhi azzurri come il fiore del lino e
appoggiava allo sportello una mano così piccina che pareva fatta apposta per
non aver nulla da fare; che non valeva la pena di riempire d'orzo le mule per
portare quella miseria, regina tal quale era! Ma ella
poteva far tagliare il collo alla gente con una sola parola, così piccola
com'era, e le mule che non avevano giudizio con quel carico leggiero, e tutto
quell'orzo che avevano nella pancia, provavano una
gran tentazione di mettersi a saltare e ballare per la strada, e di far
tagliare la testa a compare Cosimo.
Sicché il poveraccio per tutta la strada non fece che recitare
fra i denti paternostri e avemarie, e raccomandarsi ai suoi morti, quelli che
conosceva e quelli che non conosceva, fin quando arrivarono alla Zia Lisa,
che era accorsa una gran folla a vedere il Re, e davanti ad ogni bettola
c'era il suo pezzo di maiale appeso e scuoiato per la festa. Come arrivò a
casa sua, dopo aver consegnata la regina sana e salva, non gli pareva vero, e
baciò la sponda della mangiatoia legandovi le mule; poi si mise in letto
senza mangiare e senza bere, ché non voleva vedere
nemmeno i danari della regina, e li avrebbe lasciati nella tasca del giubbone
chissà quanto tempo, se non fosse stato per sua moglie che andò a metterli in
fondo alla calza sotto il pagliericcio.
Gli amici e i conoscenti, che erano curiosi di sapere come erano
fatti il Re e la Regina,
venivano a domandargli del viaggio, col pretesto d'informarsi se aveva
acchiappato la malaria. Egli non voleva dir nulla, che gli tornava la febbre
soltanto a parlarne, e il medico veniva mattina e sera, e si prese circa la
metà di quei danari della regina.
Solamente molti anni dopo, quando vennero a pignorargli le mule
in nome del Re, perché non aveva potuto pagare il debito, compare Cosimo non
si dava pace pensando che pure quelle erano le mule che gli avevano portato
la moglie sana e salva, al Re, povere bestie; e allora non c'erano le strade
carrozzabili, ché la Regina
si sarebbe rotto il collo, se non fosse stato per la sua lettiga, e la gente
diceva che il Re e la Regina
erano venuti apposta in Sicilia per fare le strade, che non ce n'erano
ancora, ed era una porcheria. Ma allora campavano i lettighieri, e compare
Cosimo avrebbe potuto pagare il debito, e non gli avrebbero pignorato le
mule, se non veniva il Re e la
Regina a far le strade carrozzabili.
E più tardi, quando gli presero il suo Orazio, che lo chiamavano
Turco, tanto era nero e forte, per farlo artigliere, e quella povera vecchia
di sua moglie piangeva come una fontana, gli tornò in mente quella ragazza
ch'era venuta a buttarsi a' piedi del Re gridando -
grazia! - e il Re con una parola l'aveva mandata via
contenta. Né voleva capire che il Re d'adesso era un
altro, e quello vecchio l'avevano buttato giù di sella. Diceva che se fosse
stato lì il Re, li avrebbe mandati via contenti, lui e sua moglie, proprio
sul mostaccio, coi calzoni rossi, e la sciabola
appesa alla pancia, e con una parola poteva far tagliare il collo alla gente,
e mandare puranco a pignorare le mule, se uno non
pagava il debito, e pigliarsi i figliuoli per soldati, come gli piaceva.
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